AMICIZIA... E CAMPISCUOLA

Le più belle amicizie che ho ancora adesso sono lo specchio del mio cammino nel tempo.
Un cammino a fianco di qualcuno che non smette, in ogni caso, di credere in me.
E io, so sempre credere in lui?




Nella mia testa risuona ancora il martellio delle mazze su quei grossi picchetti che fissavano i cordini perfettamente tesi dei teli; il tintinnio dei pali di ferro gettati a terra per montare ancora un’altra tenda nel campeggio; le raccomandazioni degli adulti che, instancabili, guidavano i lavori su quel verde e umido falsopiano, delimitato da un fitto bosco di abeti rossi.
Sento come allora l’odore dei sacchi a pelo e dell’aria fresca che impregnava l’interno della canadese in cui mi ero disteso alla fine, stanco ma compiaciuto, mentre osservavo sereno, attraverso lo spiraglio della cerniera aperta, la punta rocciosa di una montagna senza nome.
Era iniziato così quel campeggio, brulicante di ragazzi e ragazze festosi, fatto di canti attorno al fuoco, scenette, preghiere all’alzabandiera, tornei e cacce al tesoro, faticose passeggiate, e lunghe tavole: imbandite di risate chiassose e scherzi goliardici. Era stato emozionante, entusiasmante, affollato di nuove conoscenze, pieno di amici: di tanti amici.
Quella giovane estate la sentivo come la più bella della mia vita. Si stava aprendo intorno a me una vivace realtà, fatta di relazioni intense e fresca adolescenza, di nuovi e forti sentimenti, impensabili e sconosciuti fino ad allora.
Fiorivano fra quelle radure montane le prime vere amicizie, coltivate nel fertile humus delle confidenze e della complicità, arse dalla sete di confronto nelle lunghe chiacchierate protratte fino a tarda notte. Amicizie che sembrava dovessero sfidare il tempo e non finire mai.
Ma tornati a casa, poi, ognuno di noi si è dovuto confrontare con i propri impegni e il proprio ambiente, crescendo nelle responsabilità quotidiane, prendendo strade diverse e amici diversi.
Quando incontro qualcuno di quei “ragazzi”, dopo tutti questi anni, li saluto ancora con cara nostalgia e un po’ di rimpianto. Eppure, solo con un paio di persone di quel campo ho continuato a condividere tempi e sentimenti, valori e sogni del quotidiano, scoprendo che un amico è qualcosa di raro e di prezioso.
Non si può essere veri amici di tutti o di tanti, e troppo spesso si abusa del termine amicizia, svalutandone il reale significato.
“Sì, lo conosco, è un amico” - “Mio figlio? È pieno di amici.” - “Ho amici che contano, io!”.
Questa non è amicizia. È qualcos’altro: a volte semplice conoscenza, o magari vicinanza, se non interesse e convenienza. E così schioccano baci ipocriti di dovuta cortesia, e frasi banali si sprecano, seguite magari da regalini obbligati, in rapporti di nauseabonda apparenza, prima di sparire con un sorriso di rito fino alla prossima occasione d’incontro.
Strette di mano e abbracci, a individui in fondo sconosciuti, a storie celate, ad animi taciuti. Tiepidi baci che, tuttavia, non riescono a scaldare il cuore.
“Auguri”, a volte ci sentiamo dire – “Auguri anche a te!”. Ma cosa auguriamo in quelle occasioni? Io, qualche volta, me lo chiedo.
Nell’amicizia ci si deve mettere in gioco, aprirci davvero, offrire qualcosa di noi, sentire l’altro partecipe della nostra esistenza, anche se qualche volta può darci fastidio, anche se, in qualche momento, ne faremmo volentieri a meno: è un tributo da pagare.
Nell’amicizia portiamo tutto di noi: i nostri limiti e la nostra maturità, i nostri valori e la nostra antipatia. Proprio per questo l’amicizia non è mai perfezione ma crescita continua.
Le più belle amicizie che ho ancora adesso sono lo specchio del mio cammino nei sentieri del tempo. Un cammino a fianco di qualcuno che non smette, in ogni caso, di credere in me. E io, so sempre credere in lui?
Mi faccio ogni tanto questa domanda, quando voglio capire la sincerità dei miei sentimenti nei confronti di chi mi sta vicino, o la profondità di un’amicizia appena iniziata.
Perché, amico, in fondo, è solo chi crede nell’amico.

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